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La guerra in Ucraina ha cambiato le raffinerie in Europa

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Le raffinerie sembravano destinate al declino ma la guerra in Ucraina ha cambiato tutto

Le raffinerie sembravano destinate a sparire dall’Europa fino a pochi anni fa. Questi impianti molto inquinanti sono contrari agli obiettivi ecologici dell’Unione europea e sempre più grandi compagnie petrolifere stanno vendendo o chiudendo i propri stabilimenti. Entro il 2026, Shell avrà il 33% di capacità di raffinazione del petrolio in meno rispetto al 2020, BP il 10% in meno.

La guerra in Ucraina e le sue conseguenze nel commercio tra Russia e Europa ha cambiato però parzialmente lo scenario. La Russia non è soltanto un grande esportatore di petrolio e gas naturale. Sul suo territorio si trovano moltissime raffinerie, in particolare quelle per produrre il gasolio che veniva poi venduto in Europa. Una circostanza dimostrata dal fatto che all’inizio della guerra in Italia il Diesel aveva raggiunto la benzina nel prezzo alla pompa, anche se normalmente il rapporto tra il costo dei due carburanti nel nostro Paese è l’opposto.

Le raffinerie europee si sono trovate quindi nuovamente ad essere al centro di un certo interesse nei loro confronti. Uno dei segnali di questi movimenti di mercato in Italia è stata l svendita di Saras da parte di Massimo Moratti a Vitol, azienda che già aveva tentato un anno fa l’acquisizione di un’altra raffineria italiana, Trafigura, in Sicilia.

Inevitabilmente però, questi investimenti non possono che sperare al massimo in un medio periodo di realizzazione. In Europa non c’è futuro a lungo termine per carburanti come il diesel o la benzina, principali prodotti della raffinazione del petrolio. Le auto a combustione dovranno smettere di circolare entro il 2050 e già dal 2035 non saranno più vendute al pubblico. Gli impianti di raffinazione sono inoltre molto inquinanti e quindi sempre più difficili da rendere competitivi con realtà estere che non devono sottostare ai rigidi regolamenti europei.

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