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Il piano della Cina per vendere auto elettriche nei Paesi emergenti

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La Cina avanza nei mercati emergenti per produrre e vendere le sue auto elettriche

La Cina ha da tempo avviato una politica di espansione nell’ambito delle automobili elettriche. Dopo anni di preparazione, questi investimenti hanno iniziato a dare i loro frutti quanto i Paesi occidentali hanno stabilito una tabella di marcia per il divieto delle auto a combustione e la loro sostituzione con quelle a batteria. In quel momento la Cina era pronta a inondare i mercati di auto a basso costo, mentre le case automobilistiche tradizionali sono rimaste indietro.

Al momento della sua applicazione però, questo piano ha avuto alcuni problemi. Gli Usa, già nel mezzo di una guerra commerciale con Pechino, hanno alzato barriere doganali sempre  più severe che impediscono a Byd e alle altre realtà cinesi di raggiungere il ricco mercato americano. L’Ue non ha ancora adottato questo apolitica protezionista, ma la mancanza di una rete di vendita sta impedendo alle auto elettriche provenienti dall’oriente di arrivare sulle strade europee.

I Paesi sviluppati non sono però l’unico fronte su cui Pechino si sta muovendo per sviluppare la propria filiera nell’elettrico. Un’approfondita inchiesta del Financial Times dimostra come anche i Paesi emergenti siano un obiettivo delle aziende cinesi che producono vetture a batteria. Il piano della Cina in questi luoghi è però diverso dalla semplice esportazione di auto.

In una mossa con pochi precedenti per delle aziende cinesi, Byd e altre società stanno investendo per aprire fabbriche direttamente sul posto. Gli obiettivi sono principalmente parti povere del Paese scelto, come il nord est del Brasile, dove un vecchio impianto Ford è stato ristrutturato nella città di Camaçari.

Le mire cinesi non si fermano alla sola produzione di auto. Uno dei vantaggi della filiera di Pechino è la disponibilità di materie prime da utilizzare per produrre le batterie necessarie per far funzionare le auto. Anche nei Paesi emergenti questa politica continua, con la creazione di miniere e impianti di lavorazione, sempre a gestione cinese, ma a poca distanza dalle fabbriche di auto stesse.

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