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L’Iran ha interrotto le sue forniture di petrolio alla Cina

Iran

Problemi tra Cina e Iran sulle forniture di petrolio: i prezzi di Teheran sono troppo alti

L’Iran ha alzato il prezzo del petrolio che vende alla Cina. Lo sconto che gli esportatori di Teheran applicano ai barili diretti a Pechino è sceso dai 10 dollari sul prezzo del Brent concordato a novembre, a una cifra tra 6 e 5 dollari a seconda degli intermediari.

La Cina compra circa il 10% del suo petrolio dall’Iran e risparmia molto denaro da queste transazioni. Lo Stato mediorientale soffre infatti delle sanzioni imposte dagli USA e non può vendere liberamente i propri prodotti energetici. Grazie a questa situazione, molte piccole raffinerie cinesi, chiamate in gergo “Teapots”, teiere, possono comprare materia prima a prezzi molto competitivi.

Ora però l’Iran ha imposto ai propri intermediari un netto aumento del prezzo. La ragione non è chiara, ma potrebbe essere la posizione di forza in cui Teheran si è ritrovata nel mercato dei Paesi esportatori di petrolio sanzionati. Gli USA hanno infatti allentato a ottobre alcune delle sanzioni imposte al Venezuela, uno dei più grandi produttori di petrolio al mondo.

Uno dei più importanti fornitori della Cina ha quindi nuovamente accesso al mercato globale e non ha più ragioni per fare sconti a Pechino. Rimangono così soltanto Iran e Russia, e Teheran dopo un significativo aumento delle sue esportazioni verso oriente, vuole far valere questa posizione di forza.

L’Iran ha bloccato tutte le sue esportazioni di petrolio verso la Cina fino a quando le nuove condizioni non saranno accettate dalle teapots. L’obiettivo sarebbe quello di vendere i propri barili agli stessi prezzi di quelli russi. Un’idea di difficile realizzazione, dato che l’Iran subisce sanzioni molto più dure di quelle imposte a Mosca, che si basano soprattutto su un tetto al prezzo per le vendite verso l’Europa. Il limite è fissato ad oggi a 60 dollari, ma l’India ha acquistato petrolio russo negli ultimi mesi anche a 85 dollari al barile.

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